Linee pastorali per l’anno 2026-2027

S.E.R. mons. Michele Autuoro

Carissimi fratelli e sorelle,

con grande gioia vi saluto e vi accolgo a questa Assemblea diocesana, con la quale iniziamo insieme un nuovo anno pastorale. Sono pochi mesi che camminiamo insieme ma devo confessarvi che mi sento a casa perché mi sono sentito accolto e per questo vi ringrazio di cuore. In questo tempo ho cercato di incontrare e ascoltare ma è ancora presto per una conoscenza approfondita della ricchezza e della bellezza come anche delle fragilità della nostra Chiesa. Ho colto anche tante attese e percepito fermenti che mi hanno allargato il cuore, perché è sempre necessario desiderare così come quando nel vangelo Gesù dice: ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi (Lc 22,159). Sono ben consapevole e questo lo dico a tutti il cammino della Chiesa di Benevento non comincia ora e con me, insieme continuiamo un cammino, e quello che stasera offro alla vostra attenzione non è un cammino nuovo ma un riannodare i fili del cammino della chiesa di Benevento in comunione con il cammino delle chiese che sono in Italia e con la Chiesa Universale; pertanto, il nostro ritrovarci non è semplicemente l’avvio di un nuovo programma di attività. È, prima di tutto, un momento nel quale riconosciamo che il Signore continua a camminare con la sua Chiesa e ci chiama, ancora una volta, a metterci in ascolto della sua Parola, della realtà nella quale viviamo e gli uni degli altri.

Saluto con affetto i sacerdoti, i diaconi, le consacrate e i consacrati, i membri dei Consigli pastorali e degli organismi di partecipazione, gli operatori pastorali, i catechisti, i giovani, le famiglie e tutti coloro che, nelle nostre comunità, offrono tempo, energie e disponibilità al servizio del Vangelo.

Un pensiero particolare va a quanti vivono momenti di fatica, di solitudine o di prova. La loro presenza, anche quando è silenziosa, appartiene pienamente alla vita della nostra Chiesa.

Nella presente riflessione richiamerò in pochi passaggi la centralità dello stile sinodale e rilancerò alcune scelte programmatiche per il prossimo anno, frutto del lavoro del convegno appena celebrato e del discernimento vissuto nella programmazione diocesana.

 

Icona biblica: Lc 10, 1-9

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti rito rnerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.

Per guidare i nostri passi, ho voluto scegliere come icona biblica il testo di Luca 10, 1-9 l’invio dei settantadue discepoli. È un’icona che scuote le nostre abitudini e ci proietta nel cuore della nostra missione: l’annuncio e la trasmissione della fede oggi, nelle terre del nostro Sannio.

 

Riconnettere vita e Vangelo

Nel brano di Luca, Gesù invia i suoi discepoli «a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi». Questo mandato ci ricorda che noi siamo solo i precursori di un Incontro vivo con il Signore Risorto.

Questo stile ispira profondamente il documento della Conferenza Episcopale Italiana, Radicati e costruiti in Cristo, che traccia le Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale. La prima linea di questo testo ci ricorda con realismo che

«la fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate». Dobbiamo superare una pastorale di pura gestione anagrafica per tornare al kerygma, all’annuncio essenziale capace di abitare la vita reale delle persone.

 

La corresponsabilità differenziata dei laici

Il secondo elemento è il numero “settantadue”. Gesù non manda solo i Dodici, ma una moltitudine. L’andare «a due a due» esprime la forma stessa della Chiesa: la comunione e la fraternità.

Le nostre linee programmatiche mettono al centro la corresponsabilità dei laici. Seguendo il documento CEI, siamo chiamati a promuovere una «corresponsabilità differenziata», valorizzando la presenza missionaria dei laici, i ministeri battesimali e gli organismi di partecipazione.

Dobbiamo superare decisamente ogni forma di clericalismo: presbiteri e laici sono chiamati a progettare, discernere e operare insieme per il bene del Vangelo.

 

Abitare il territorio e rinnovare le strutture

La parte finale del mandato di Gesù tocca da vicino la nostra realtà geografica e sociale: «In qualunque casa entriate…Rimanete in quella casa». Questo è l’invito ad abitare con amore il territorio dell’Arcidiocesi di Benevento, con le sue bellezze e le sue fragilità, come l’isolamento delle aree interne e lo spopolamento. Accogliendo gli orientamenti della CEI, siamo chiamati a

«verificare l’adeguatezza delle nostre strutture per la trasmissione della fede». Dobbiamo passare da una pastorale d’attesa a una pastorale di prossimità. Meno pesi burocratici, più snellezza missionaria. Vogliamo essere una Chiesa vicina alle case, capace di accogliere e curare le ferite del nostro popolo per sussurrare con delicatezza: «Si è avvicinato a voi il Regno di Dio».

 

In continuità con il Concilio Vaticano II

La corresponsabilità dei fedeli e la loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale trovano il loro fondamento nella visione di Chiesa proposta dal Concilio Vaticano II: una Chiesa intesa come comunione, nella quale tutti i battezzati, pur nella diversità dei ministeri e dei carismi, sono chiamati a partecipare alla missione di Cristo.

Il decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem ricorda che i laici ricevono dal Battesimo e dalla Cresima il diritto e il dovere di partecipare all’apostolato. La loro presenza nella vita della Chiesa, dunque, non è semplicemente funzionale alla distribuzione dei compiti pastorali, ma nasce dalla loro stessa identità battesimale. Come afferma la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, tra tutti i fedeli «vige […] una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli per l’edificazione del corpo di Cristo» (LG 32).

Per questo la partecipazione dei laici non può essere considerata un’aggiunta o una concessione, ma appartiene alla natura stessa della comunità cristiana. La parrocchia diventa così luogo nel quale problemi, domande, esperienze e speranze possono essere ascoltati e affrontati «con il concorso di tutti» (AA 10).

La radice più profonda della corresponsabilità è il Battesimo. Il sacerdozio comune dei fedeli rende ogni battezzato protagonista della vita ecclesiale. Ognuno, secondo il proprio carisma, la propria vocazione e il proprio ministero, porta nella comunità un dono necessario all’edificazione del Corpo di Cristo. Questa intuizione apre alla valorizzazione degli organismi di partecipazione ecclesiale come autentici luoghi di ascolto, discernimento e progettazione pastorale. Non semplicemente strumenti organizzativi, ma spazi nei quali la comunità impara a leggere insieme la realtà e a cercare, nella luce del Vangelo, ciò che lo Spirito chiede oggi.

 

Fede vissuta, celebrata e trasmessa

Una prima priorità pastorale riguarda la fede, chiamata a essere continuamente vissuta, celebrata e trasmessa, attraverso un cammino di formazione permanente rivolto a tutto il Popolo di Dio.

In questo percorso, la liturgia occupa un posto centrale, perché rende presente nel «qui e ora» il Mistero pasquale di Cristo, nel quale siamo inseriti mediante il Battesimo: «Parlare di “fede celebrata” significa, infatti, ricentrare la liturgia sul Mistero di Cristo, nel quale siamo radicati in forza del Battesimo». (CEI, Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale).

Il cammino ecclesiale ha tuttavia evidenziato che alcune modalità tradizionali di trasmissione della fede risultano oggi meno efficaci, soprattutto nei confronti di giovani e adulti. La fede in Cristo e nel dono dello Spirito non può più essere considerata acquisita una volta per tutte, ma necessita di essere continuamente alimentata attraverso un incontro vivo con il Signore Risorto, reso possibile dalla vita della Chiesa, dal suo annuncio, dalla testimonianza della carità e dalla celebrazione.

In tale prospettiva emerge la centralità del kerygma, inteso come il primo e fondamentale annuncio della fede, al quale la comunità cristiana è chiamata a ritornare continuamente. Esso costituisce il cuore dell’evangelizzazione e il punto di riferimento di ogni autentico rinnovamento pastorale.

La conversione missionaria della pastorale chiede quindi alle comunità di diventare sempre più missionarie e “in uscita”, capaci di incontrare le persone nella concretezza della loro vita, ascoltandone esperienze, domande e attese. La trasmissione della fede passa così non soltanto attraverso percorsi strutturati, ma anche attraverso relazioni autentiche, dialogo, condivisione e testimonianza. Anche la pietà popolare, là dove costituisce un patrimonio ancora vivo, può rappresentare una preziosa risorsa per la trasmissione della fede.

Particolare attenzione dovrà essere riservata agli adulti e ai giovani, promuovendo percorsi capaci di intrecciare la vita quotidiana con il Vangelo e di offrire occasioni di primo o nuovo annuncio. In questa direzione, la pastorale è chiamata a proporre cammini fondati sul kerygma e attenti alle diverse situazioni esistenziali, affinché ogni persona possa riscoprire, nella propria esperienza concreta, la presenza e la luce del Signore.

 

Una Chiesa comunione, al servizio del Regno

La Chiesa è la comunità del Risorto, chiamata ad annunciare e rendere presente il Regno di Dio. La comunione non è quindi un semplice stare insieme, ma diventa servizio, missione, testimonianza e cura della vita.

Ogni credente, attraverso la propria esperienza di fede, contribuisce alla crescita del Noi ecclesiale. La comunità è viva quando sa ascoltare ciò che Dio opera nella vita delle persone, quando accoglie la ricchezza dei carismi e quando permette a ciascuno di offrire il proprio contributo alla comprensione e all’annuncio del Vangelo.

La comunità cristiana diventa così una vera comunità-laboratorio: un luogo nel quale si ascolta la Parola, si condividono le esperienze, si leggono i segni dei tempi e si cercano insieme vie nuove per vivere il Vangelo. Una comunità che non si limita a trasmettere risposte già date, ma che continua a lasciarsi interrogare dalla realtà e a farsi plasmare dalla Parola.

In questa prospettiva, la pastorale non è l’azione di pochi per molti, ma l’azione di tutta la comunità. È condivisa perché mette in rete carismi, persone, ministeri e realtà ecclesiali; è inclusiva perché sa ascoltare anche ciò che viene dal territorio e dalla società, riconoscendo in ogni persona una possibile occasione di incontro e di evangelizzazione.

 

La corresponsabilità come stile pastorale

La corresponsabilità chiede di passare dalla semplice collaborazione alla partecipazione consapevole. Non significa soltanto «dare una mano», ma sentirsi parte di un cammino, contribuire al discernimento e condividere la responsabilità della missione.

Gli organismi di partecipazione ecclesiale possono diventare, in questo senso, luoghi privilegiati di comunione. Il loro compito non è soltanto organizzare attività, ma aiutare la comunità a comprendere ciò che vive, a individuare le priorità e a progettare insieme il proprio servizio al Vangelo.

Papa Leone XIV nel recente discorso all’assemblea della Diocesi di Roma ha detto: «Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità». (Leone XIV, Discorso all’assemblea diocesana di Roma).

 

Il discernimento comunitario

Il cuore della corresponsabilità è il discernimento. Discernere significa imparare ad ascoltare insieme lo Spirito, la Parola e la realtà, per comprendere quale cammino il Signore apre alla comunità.

Il discernimento comunitario richiede alcuni atteggiamenti fondamentali: docilità allo Spirito, ascolto della Parola, attenzione ai segni dei tempi, valorizzazione dei carismi, dialogo fraterno, creatività missionaria e disponibilità a lasciarsi guidare dai Pastori.

Non è una tecnica decisionale, ma un esercizio spirituale. È una forma concreta di comunione che aiuta la comunità a crescere nella responsabilità, nell’amore reciproco e nella capacità di servire il proprio territorio.

Per questo gli organismi di partecipazione possono diventare vere «palestre» di discernimento: luoghi nei quali si impara ad ascoltare prima di decidere, a confrontarsi senza contrapporsi, a valorizzare sensibilità diverse e a cercare insieme ciò che costruisce il bene della comunità e della sua missione.

 

La sinodalità: camminare insieme

La sinodalità è lo stile con cui la Chiesa vive la propria vocazione alla comunione e alla missione. Significa camminare insieme, ascoltarsi, condividere la vita, leggere insieme la realtà, discernere e accompagnare i processi pastorali. Essa richiede una conversione dello sguardo e del modo di vivere le relazioni ecclesiali.

Chiede di passare da una Chiesa nella quale alcuni pensano e altri semplicemente eseguono, a una comunità nella quale tutti sono ascoltati e chiamati a offrire il proprio contributo, nella diversità dei ministeri e delle responsabilità.

La sinodalità non elimina la responsabilità di chi è chiamato a presiedere e a decidere, ma la colloca dentro un cammino di ascolto e di discernimento comunitario. Una decisione può essere formalmente corretta, ma diventa realmente feconda quando nasce da un cammino condiviso e viene accolta dalla comunità come espressione di un percorso compiuto insieme.

Per questo gli organismi di comunione devono essere collegati alla vita concreta delle persone e del territorio. Devono diventare luoghi nei quali si ascoltano le gioie e le fatiche della gente, si riconoscono le domande del presente e si cercano risposte evangeliche condivise.

 

Quattro atteggiamenti per il discernimento pastorale

Per vivere concretamente questo stile possono essere custoditi quattro atteggiamenti:

  • la verità, per guardare con sincerità la realtà delle nostre comunità e dei nostri territori;
  • la complessità, per evitare semplificazioni e imparare a leggere la realtà nella ricchezza dei suoi diversi aspetti. «Non è pensabile una pastorale che non si misuri con le esigenze complessive delle persone che vivono in quelle aree e con tutto ciò che si muove attorno ad esse…Non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i no-stri fedeli e le nostre comunità”». (Crociata M., Allargare gli spazi della riflessione e dell’iniziativa pastorale, Convegno Vescovi aree interne, Centro la Pace, Benevento, 31.08.2026);
  • la speranza, per riconoscere che lo Spirito continua ad agire nella storia;
  • la progettualità, per trasformare il discernimento in scelte concrete e in percorsi capaci di generare vita.

In definitiva, corresponsabilità e sinodalità non sono semplicemente nuovi metodi pastorali. Sono espressione di una Chiesa che riconosce nel Battesimo la comune dignità e la comune chiamata alla missione.

 

Proposte programmatiche

Concludendo la riflessione indicherò due ambiti su cui concentrarci quest’anno con poche proposte programmatiche che orienteranno la vita pastorale nel livello diocesano, foraniale e parrocchiale.

 

Prima proposta: rinnovata attenzione alla pastorale vocazionale-giovanile

Si propone di dedicare una maggiore e rinnovata attenzione alla pastorale vocazionale-giovanile, promuovendo una sensibilità più diffusa all’interno della comunità ecclesiale e favorendo percorsi capaci di accompagnare le persone nel discernimento della propria vocazione, nelle diverse forme in cui essa può esprimersi. In particolare desidero:

  1. Che si avvii una proposta diocesana in accordo con pastorale vocazionale e giovanile per creare spazi di discernimento vocazionale nella forma di un percorso o di esperienza residenziali;
  2. Si riformino i percorsi di preparazione al matrimonio nell’ottica dell’ispirazione catecumenale così come richiesto dal documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”. Nello specifico pensare un itinerario che preveda momenti residenziali o semiresidenziali e incontri di accompagnamento parrocchiale dei nubendi.

 

Seconda proposta: formazione sinodale e corresponsabilità del laicato

Si propone di incentivare una formazione ispirata ai principi della sinodalità, finalizzata a promuovere una maggiore corresponsabilità dei laici nella vita e nel governo della parrocchia, coinvolgendoli nei diversi ambiti della pastorale e allo stesso tempo «promuovere una formazione – fatta di motivazione e di competenza insieme – di persone capaci di partecipare alla ideazione di progetti e alla loro realizzazione nei vari spazi sociali che lo richiedono. Non dovrebbe essere estraneo a questo impegno la promozione del senso di partecipazione alla vita pubblica e alle relative responsabilità ai vari livelli della vita sociale, amministrativa e politica». (Crociata M., Allargare gli spazi della riflessione e dell’iniziativa pastorale, Convegno Vescovi aree interne, Centro la Pace, Benevento, 31.08.2026). Papa Leone al n. 42 di Magnifica Humanitas dice che l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale. (Leone XIV, Magnifica Humanitas, Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale).

In particolare desidero:

  1. Che in accordo con l’ISSR si pensi ad un percorso di formazione pastorale di base che coinvolga le diverse ministerialità e che sia ideato con la partecipazione di tutti gli uffici afferenti all’area pastorale;
  2. Nell’ottica di una ricaduta diocesana della riflessione sulle aree interne, si pensi ad una percorso di formazione politica specifico nell’orizzonte dei principi fondamentali della dottrina sociale della chiesa: «bisognerebbe inculcare in noi stessi, prima e oltre che nei nostri fedeli piccoli e grandi, una nuova coscienza civica, un senso della responsabilità verso la cosa pubblica, poiché le aree interne e quanti vi insistono ancora fanno parte di questo bene comune di cui la collettività deve farsi carico con i progetti e gli strumenti che riesce a istruire e che attendono la collaborazione di tutti». (Crociata M., Allargare gli spazi della riflessione e dell’iniziativa pastorale, Convegno Vescovi aree interne, Centro la Pace, Benevento, 31.08.2026).

 

Terza proposta: ripensamento delle chiese sul territorio

Promuovere una maggiore condivisione della responsabilità pastorale a livello interparrocchiale e interforaniale, attraverso il coordinamento e, laddove opportuno, l’accorpamento di alcuni servizi e strutture, così da favorire una pastorale più integrata, sostenibile e capace di rispondere alle esigenze delle comunità.

Favorire un autentico cammino di ascolto, confronto e condivisione tra laici e clero, riconoscendo il contributo e la responsabilità propria di ciascuno nella vita e nella missione della comunità ecclesiale. In questa prospettiva, i Consigli pastorali possono diventare luoghi privilegiati di partecipazione, dialogo e discernimento comunitario, nei quali laici e ministri ordinati collaborano nella lettura della realtà, nell’ascolto delle diverse sensibilità e nell’individuazione delle priorità pastorali. Lo stesso vale per i consigli affari economici parrocchiali che si rendono necessari per amministrare e custodire in ottica sinodale e solidale il patrimonio mobile e immobile delle nostre comunità.

Si tratta di promuovere una cultura ecclesiale fondata sull’ascolto reciproco, sulla fiducia e sulla corresponsabilità, superando logiche di delega o di contrapposizione e valorizzando i diversi carismi, competenze ed esperienze presenti nella comunità. Il dialogo tra laici e clero, vissuto nella fraternità e orientato al bene comune, può così contribuire a rendere le comunità più partecipative, accoglienti e capaci di discernere insieme le risposte alle sfide del tempo presente.

In questa prospettiva, appare particolarmente significativo riscoprire e attualizzare le forme della pietà popolare, non considerandole soltanto come espressioni della tradizione, ma come luoghi ancora oggi capaci di suscitare domande di senso, generare relazioni e aprire alla ricerca di Dio. Le feste patronali, le processioni, i pellegrinaggi, le devozioni e le diverse manifestazioni della religiosità popolare possono diventare occasioni concrete di incontro con persone che spesso non frequentano ordinariamente la vita ecclesiale e, proprio per questo, autentici spazi di primo annuncio della fede.

L’impegno pastorale è pertanto quello di accompagnare tali espressioni, custodendone il patrimonio spirituale e culturale e, nello stesso tempo, aiutandole a esprimere in forme comprensibili e significative la centralità del Vangelo. In particolare desidero:

  1. Che si potenzino i Consigli Pastorali Parrocchiali e Foraniali e il Consiglio pastorale diocesano come espressione di una comunità che cammina, predisponendo percorsi foraniali di accompagnamento e formazione dei consigli pastorali (Si ipotizzino tre incontri per ogni forania: uno con tutti i consigli pastorali parrocchiali e due con i parroci, segretari e due rappresentati dei consigli stessi);
  2. Che si potenzino i Consigli per gli affari economici, e a livello diocesano si propongano sessioni formative in campo amministrativo, e confrontandosi con i suggerimenti nazionali si predispongano statuti e regolamenti tipo dei Consigli stessi come anche il supporto di consulenza, come già avviene, per situazioni particolari;
  3. Che si costituisca una equipe diocesana di riflessione, progettazione accompagnamento e verifica delle unità pastorali nelle forme attualmente presenti in diocesi e di eventuali altre forme possibili di unità da costituire. Inoltre, sarebbe opportuno avviare un percorso di verifica della geografia delle nostre zone pastorali;
  4. Rilanciare e aggiornare le norme comuni per l’esercizio della pietà popolare. Nello specifico organizzare uno o più incontri diocesani con i presidenti dei comitati e i priori delle confraternite per favorire la comunicazione e il confronto.

 

Conclusione

Carissimi fratelli e sorelle,

al termine di questa riflessione desidero affidare a tutti noi una convinzione semplice, ma esigente: il cammino pastorale che ci attende non consiste anzitutto nel fare di più, ma nel camminare insieme per comprendere ciò che il Signore ci chiede oggi.

La corresponsabilità, la sinodalità e il discernimento non possono rimanere parole che descrivono uno stile ecclesiale ideale. Devono diventare criteri concreti attraverso i quali guardare alle nostre comunità, alle nostre strutture, alle nostre modalità di collaborazione e, soprattutto, alle persone che ci sono affidate. Siamo chiamati a passare da una pastorale che talvolta rischia di concentrarsi sulla conservazione di ciò che già esiste a una pastorale capace di riconoscere dove lo Spirito sta aprendo strade nuove.

Le proposte che abbiamo individuato per questo anno — la pastorale vocazionale, la formazione alla corresponsabilità e alla partecipazione, il ripensamento delle presenze ecclesiali sul territorio, la valorizzazione della pietà popolare — non sono ambiti separati. Sono aspetti di un’unica conversione pastorale: diventare una Chiesa più capace di ascoltare, più disponibile a condividere la responsabilità, più attenta al territorio e più coraggiosa nell’annuncio del Vangelo.

Anche il ripensamento delle strutture e dei servizi pastorali non deve essere vissuto semplicemente come una risposta alla diminuzione delle risorse o alla necessità di razionalizzare. Se affrontato dentro un autentico discernimento comunitario, può diventare l’occasione per domandarci quali forme di presenza ecclesiale siano oggi realmente capaci di generare comunione, sostenere le comunità e favorire la missione. Non si tratta semplicemente di accorpare, ma di mettere in comune energie, carismi e responsabilità per custodire e rilanciare la presenza della Chiesa nei territori.

Allo stesso modo, siamo chiamati a guardare con occhi nuovi alle espressioni della pietà popolare. In esse incontriamo una parte importante della storia e della sensibilità religiosa delle nostre comunità, ma anche persone, domande e desideri che possono diventare terreno fecondo per un nuovo incontro con il Vangelo. Tutto questo ci chiede un cambio di prospettiva. Non possiamo limitarci a domandarci quali attività mantenere, ma dobbiamo chiederci quali persone raggiungere, quali domande ascoltare, quali relazioni generare e quale Vangelo annunciare. Non possiamo pensare il futuro delle nostre comunità soltanto a partire dalle strutture che abbiamo, ma a partire dalla missione che ci è stata affidata.

Per questo affido il nuovo anno pastorale a tre parole: ascoltare, discernere, generare.

Ascoltare la realtà, senza paura della sua complessità e senza nostalgia per ciò che non ritorna.

Discernere insieme, nella preghiera e nell’ascolto della Parola, ciò che lo Spirito suggerisce alla nostra Chiesa.

Generare nuovi cammini, nuove responsabilità, nuove relazioni e nuove possibilità di incontro con il Vangelo.

Il Signore ci conceda di non vivere questo tempo come una stagione di semplice riorganizzazione, ma come un tempo favorevole di conversione missionaria. Ci aiuti a custodire ciò che è prezioso, a lasciare ciò che non serve più alla missione e ad avere il coraggio di intraprendere strade nuove.

Nessuno si senta spettatore di questo cammino. Ognuno, secondo la propria vocazione, il proprio ministero e i propri carismi, è chiamato a offrire il proprio contributo. Il futuro delle nostre comunità non sarà costruito da pochi, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo di Dio.

Ripartiamo, dunque, con fiducia. Non sappiamo ancora con precisione tutte le strade che percorreremo, ma sappiamo con chi le percorreremo: insieme, e con il Signore in mezzo a noi.

Affidiamo questo nuovo anno pastorale alla Vergine Maria, donna dell’ascolto e del cammino, perché insegni alle nostre comunità a riconoscere la voce dello Spirito, a custodire la comunione e ad andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo.

E il Signore ci conceda di essere una Chiesa sempre più comunione che ascolta, comunità che discerne e popolo che annuncia, capace di abitare la storia con speranza e di rendere visibile, attraverso la vita delle nostre comunità, la gioia del Vangelo.

Amen.