Inizio ministero pastorale 28 giugno 2026, primi vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo apostoli

Omelia dell’arcivescovo metropolita mons. Michele Autuoro

Eminentissimi Signori Cardinali, Eccellentissimo Signor Nunzio Apostolico in Italia, carissimi confratelli nell’Episcopato, cari fratelli nel Presbiterato e nel Diaconato, cari Religiosi, Religiose e Seminaristi, distinte Autorità civili, militari e accademiche. A te, fratello vescovo Felice, dalle cui mani – e ancora di più dal tuo cuore – questa sera ricevo questa Chiesa bella, di cui sei il buon Pastore per ben dieci anni, la mia riconoscenza e di tutto popolo. Al Carissimo Mons. Francesco Iampietro che fino ad oggi ha guidato con generosità e dedizione la nostra chiesa come amministratore. Al capitolo di questa antica Chiesa Cattedrale. Fratelli e sorelle carissimi di questa amata Chiesa di Benevento. Il mio cuore è colmo di commozione e gratitudine nel varcare oggi la soglia di questa chiesa Cattedrale. Non vengo a voi in mio nome, ma nel nome del Signore. Inizio questo ministero pastorale in una sera liturgica speciale: la vigilia della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Le letture che abbiamo ascoltato non sono una coincidenza. Sono una mappa. Tracciano la strada che, come Vescovo e popolo, siamo chiamati a percorrere insieme da questo istante. Nel brano evangelico assistiamo al dialogo intimo e sconvolgente tra Gesù risorto e Pietro sulla riva del lago. Gesù non chiede a Pietro una strategia pastorale. Non gli chiede un bilancio delle sue capacità. Gli chiede per tre volte: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Questa stessa domanda risuona stasera nella nostra cattedrale. Gesù la fa a me, vostro nuovo Pastore, e la fa a ciascuno di voi. La chiesa di Benevento non ha bisogno di un manager, ma di un testimone dell’amore di Cristo. La missione non è propaganda, è il traboccare di un amore ricevuto. Se siamo qui stasera, è perché quel fuoco ha raggiunto anche noi. Gesù fa questa domanda a me e a ciascuno di voi: amiamo Cristo al punto da volerlo portare a tutti? Pietro risponde con umiltà, memore del suo tradimento: «Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene». Questa Chiesa che oggi mi accoglie ha una storia gloriosa, ma conosce anche le fatiche della complessità del tempo presente.  Carissimi sacerdoti, mi rivolgo a voi, non temiamo le nostre debolezze. Se c’è l’amore per Cristo, c’è tutto. Papa Leone per la solennità del Sacro Cuore nel messaggio ai sacerdoti per la giornata della santificazione sacerdotale scrive: “Eppure proprio qui emerge il grande paradosso della nostra vita sacerdotale: siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr. 2Cor 4,7), siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite. Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù”. L’amore di Cristo è più grande delle nostre fragilità, San Giovanni nella prima lettera dice: “davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv3,19-20). Solo dopo la professione d’amore arriva il comando: «Pasci le mie pecorelle». Carissimi tutti, da oggi la mia vita appartiene a voi. Voglio camminare con voi, essere una sola cosa con voi per conoscervi, ascoltarvi e servirvi con amore, partendo dagli ultimi, dai giovani e dalle famiglie. E poi aggiunge quelle parole profetiche sul futuro di Pietro: «Un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo è il nucleo della missione: accettare di essere portati dallo Spirito oltre i nostri recinti confortevoli, oltre le nostre abitudini, verso territori e cuori che ancora non conoscono la gioia del Vangelo.La liturgia ci mostra due stili diversi di discepolato: l’autorità di Pietro e lo slancio missionario di Paolo. Due colonne che reggono l’edificio della Chiesa, pur nella loro diversità. Nella prima lettura, Pietro dice: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». Ecco il mio programma per la Diocesi di Benevento: non abbiamo ricchezze umane da promettere, ma abbiamo il dono più grande, il Vangelo che guarisce e rimette in piedi la speranza. La forza della Chiesa non sta nei mezzi umani, ma nel Nome di Gesù. Lo storpio guarito da Pietro rappresenta le tante fragilità della nostra terra: i giovani che se ne vanno per mancanza di lavoro e quindi di speranze, lo spopolamento e la solitudine dei nostri piccoli centri, la rassegnazione di chi pensa che nulla possa cambiare. La nostra missione è prenderli per mano e dire, con la forza della fede: «In nome di Gesù, alzati e cammina!». Dobbiamo essere una Chiesa che rimette in piedi la speranza. Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che il Vangelo non lo ha ricevuto dagli uomini, ma per rivelazione. Questo incontro lo ha trasformato e lo zelo che lo divorava per l’osservanza della legge lo ha trasformato in un missionario appassionato e coraggioso. Paolo non ha aspettato che le persone venissero a cercarlo; ha attraversato il Mediterraneo, ha sfidato culture diverse, ha parlato nelle piazze. Chiedo a questa amata Chiesa di Benevento il coraggio di Paolo. Dobbiamo uscire dalle sacrestie. Dobbiamo abitare i luoghi dove la gente vive, soffre, lavora, spera e ama. Bisogna avere il coraggio di osare: la pastorale del “si è sempre fatto così” è la tomba della missione. Paolo ha inventato linguaggi nuovi per annunciare l’antico mistero. Anche noi dobbiamo osare, trovare nuove strade per intercettare le domande di senso di questa generazione. Pietro e Paolo erano diversi per carattere, cultura e storia. Eppure, la loro diversità ha edificato l’unica Chiesa. Benevento, terra antica e ricca di fede, è chiamata oggi a vivere la profezia della comunione. Cammineremo insieme: sacerdoti, religiosi, laici. Nessuno deve sentirsi escluso. Le differenze non saranno motivo di divisione, ma di ricchezza condivisa. Entrambi gli apostoli hanno coronato la loro vita con il martirio a Roma. Questo ci ricorda che il Vangelo costa. Richiede il coraggio della coerenza, della denuncia delle ingiustizie e dell’annuncio della verità, anche quando è scomodo. Con la testimonianza del nostro Patrono l’apostolo e martire Bartolomeo, del primo Vescovo Gennaro, il Vescovo Barbato che ha convertito i Longobardi, i martiri San Benedetto da Benevento, evangelizzatore della Polonia, e Sant’Alberico Criscitelli e degli altri martiri e santi, sotto lo sguardo dei santi Pietro e Paolo, e sotto la protezione materna di Maria Santissima delle Grazie, nostra patrona, iniziamo questo viaggio. Pregate per me, perché io sia un pastore secondo il cuore di Cristo: umile come il pescatore di Galilea Pietro, coraggioso come l’apostolo delle genti Paolo. E io prego per voi, perché questa Chiesa brilli sempre di fede, speranza e carità.Sulla Tua Parola, Signore, gettiamo le reti.

Sia lodato Gesù Cristo!

+ Michele Autuoro – Arcivescovo di Benevento